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ROM - figli di un dio minore

Progetti fotografici

Voi italiani...


bastano queste due parole per erigere una barriera tra noi: esponenti di un mondo privilegiato, e loro: i ladri, i reietti, l'etnia maledetta. Costretti a vivere in una società che riserva loro solo miraggi di benessere e briciole di consumismo. Esponenti di un popolo perseguitato da tutti: arsi vivi durante i processi sommari delle sante inquisizioni; internati in campi di sterminio dai regimi nazisti e fascisti prima, comunisti dopo; costretti a vivere ai margini, in condizioni di degrado e isolamento estremo, dalle moderne democrazie.
Eppure si definiscono "uomini". "Rom" (uomo) è la parola che hanno scelto per il proprio popolo.
Uomini, come anche noi amiamo appellarci. Sempre, per quanto ci riguarda, facendo seguire al sostantivo un aggettivo quale: "evoluti", "liberi", "civili", in quanto non basta più identificarci nel solo genere umano, abbiamo bisogno di aggiungere "qualità" al nostro essere tali e, quasi sempre, tale valore aggiunto ci porta a sopravvalutare la nostra stessa civiltà, il nostro modo di vivere, dimenticando, in un delirio di onnipotenza, il destino comune che ci accomuna tutti, dalla nascita alla morte.
Il mondo dei ROM è quasi un tabù per noi "italiani".

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Da parte nostra non si è fatto alcuno sforzo in direzione della comprensione e conseguente integrazione, da parte loro il rapporto è caratterizzato da una profonda diffidenza, peraltro giustificata dai non felici trascorsi.
Essere riuscito a entrare, seppur per breve tempo nel loro mondo è per me un privilegio per il quale sono grato a loro principalmente e, in seconda battuta, alle persone che hanno creduto in un progetto di integrazione.

Le immagini sono state riprese nei tre principali ghetti nei quali è divisa la comunità nomade della città di Reggio Calabria: Arghillà, l'ex caserma Cantaffio (il cosiddetto "208") e l'area della "Polveriera".

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